Nel Tunnel di Sarajevo

La

Butmir é un sobborgo di Sarajevo, un piccolo centro abitato a circa sei chilometri dalla città.

Poco più di un villaggio fatto di semplici case a due piani, alcune recenti, altre (la maggior parte) ancora irrimediabilmente segnate dalle “ferite” della guerra civile. Tutto intorno una verde campagna delimitata a sud dal monte Igman e a nord dall’aeroporto internazionale di Sarajevo.

Un luogo uguale a tanti altri, nulla di speciale, si direbbe a prima vista.

Eppure é stato proprio questo luogo, il suo non aver nulla di speciale e la sua posizione strategica a permettere alla città di resistere durante il lungo e devastante assedio delle forze serbe.

Butmir si trova nell’unica striscia di terra rimasta durante la guerra sotto il controllo bosniaco, un’importante postazione con alle spalle il monte Igman, ultima via di fuga verso l’Hercegovina.

Proprio qui nel dicembre del 1992 in pieno assedio, i bosniaci iniziarono a costruire un Tunnel segreto nell’intento di collegare la città, completamente isolata dai serbi, all’aeroporto, all’epoca area neutrale presidiata dalle Nazioni Unite, per fornire agli abitanti di Sarajevo aiuti umanitari, rifornimenti, armi e quanto necessario.

L'aeroporto internazionale di Sarajevo

800 metri, questa la distanza dalla casa dei Kolar, sotto la quale si era intrapresa la costruzione del Tunnel, per raggiungere la parte sud dell’aeroporto.

Per i volontari quattro mesi di turni sfiancanti di otto ore ciascuno, per coprire quella piccola distanza, lavorando nelle condizioni più difficili, con la paura di venire scoperti, sotto i massicci bombardamenti, il tutto reso ancor più problematico dalle infiltrazioni d’acqua che nelle parti scoperte della galleria rendevano il passaggio inaccessibile.

Terminato verso la metà del 1993, quello stretto e precario passaggio di appena 1x 1,5 metri permise alla citta’ di sopravvivere ai tre anni di assedio, divenendo di fatto il simbolo della sua resistenza.

Oggi, a distanza di 20 anni, quel Tunnel é diventato un museo, un’importante ed imperdibile testimonianza di quel tragico periodo.

Ci si può facilmente arrivare in auto, prendendo la via per l’aeroporto seguendo poi le indicazioni per Butmir o con l’autobus per Kotorac, scendendo al capolinea e proseguendo a piedi oltre il ponte a sinistra, seguendo l’indicazione Tuneli oppure prenotando una visita guidata, in gruppo o  personalizzata.

“Times of misfortune tour”
“Times of misfortune tour”che ne include la visita.

La casa dei Kolar, divenuta la casa del Tunnel, si trova poco distante, la si riconosce subito grazie alle bandiere e ai segni, incancellabili, delle granate, intorno pochissime costruzioni, molte delle quali ancora semidistrutte.

Il museo del Tunnel...

La visita (il biglietto costa 10 km, circa 5 euro) inizia con la proiezione di un filmato inedito che racconta, attraverso immagini e voci reali, la storia del Tunnel e degli uomini che tra mille difficoltà lo costruirono durante l’assedio.

Subito dopo, scendendo alcuni precari scalini in legno, si raggiunge la prima parte del passaggio, l’unica praticabile, visto che quella centrale é crollata.

Le dimensioni anguste e la difficoltà nel percorrerlo riescono a rendere l’idea di quanto potesse essere difficile e pericoloso attraversarlo, tanto per le granate quanto per la struttura decisamente precaria, risulta davvero impossibile percorrerlo in piedi, si rischia di sbattere ripetutamente la testa contro le massiccie travi di legno o di inciampare lungo il percorso.

Il Tunnel di Sarajevo

Una volta fuorisciti si sale al primo piano dell’abitazione dove é stato allestito un piccolo museo con tutti gli oggetti collegati al Tunnel, gli strumenti utilizzati per costruirlo, le carriole per trasportare i rifornimenti, gli abiti malridotti, le foto ed alcune casse contenenti i generi alimentari inviati dalle forze di pace. Avviandosi verso l’uscita é possibile dal di fuori scorgere la parte del camminamento, poco più di una striscia sul terreno protetta da una tettoia in legno che, passando proprio sotto la pista d’atterraggio, prosegue verso l’aeroporto.

Abiti utilizzati per scavare il tunnel... dalle All Star alle mimetiche!!

Le brandine per portare i feriti al sicuro

Gli aiuti umanitari

Armi introdotte attraverso il Tunnel

Non si possono dimenticare…

Le immagini della vecchia signora Kolar (sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, alla dittatura di Tito e alla guerra civile), oggi ancora viva mi dicono, che nel filmato apparentemente calma e paziente disseta con un mestolo ed un pentolone d’acqua gli uomini impegnati nella costruzione del Tunnel.

I kit-alimentari inviati dall’ONU, difficile, davvero difficile provare ad immaginare oggi di cibarsene, eppure allora…

Le granate inesplose, ancora incastrate nel giadino della casa, ed i buchi, enormi, sulle pareti.

Le testimonianze di chi, compreso che ai serbi era giunta voce dell’esistenza del Tunnel, spargeva in giro false notizie sulla posizione del cunicolo per evitare che venisse scoperto e bombardato.

Gli abiti, all’inizio presi alla sprovvista si scavava e si combatteva in Jeans e All Star, dalla normalita’ all’orrore.

I racconti di come inevitabilmente si fosse creato, dietro l’arrivo degli aiuti umanitari, uno spregevole mercato nero, degno compare dei conflitti sanguinari.

L'opuscolo del museo del Tunnel

Una granata serba inesplosa

E le parole riportate nella parte finale dell’opuscolo del museo.

The Tunnel saved Sarajevo during the siege which lasted over a thousand days

allowing millions of tons of food to enter the city,

and thousands wounded citizens and soldiers to be taken out.

Perchè come dicono in tanti qui, fu proprio il Tunnel a salvare Sarajevo!

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