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USA on the road: Intervista a Guido Mattioni, autore di “Conoscevo un angelo”

Da tempo la vecchia Number One ha smesso di essere la strada che fu (…) quella “dove tutto ebbe inizio”. Generazioni che lungo questi tremila chilometri hanno vissuto e amato, gioito e truffato, sofferto e lavorato, pregato e bestemmiato.

(…) Americani di ogni colore e credo, ma anche immigrati dai più remoti angoli del mondo, ai quali la storia aveva dato appuntamento su questa striscia d’asfalto senza nemmeno offrire loro, prima, il tempo di conoscersi.

(Guido Mattioni, da Conoscevo un angelo)

 

Uno degli scopi primari di questo blog é quello di riuscire ad offrire, oltre a fornire una ricca serie di guide, consigli ed utili indicazioni, una panoramica a 360° del complesso ed affascinante universo Stati Uniti.

Da qui l’idea di raccontare occasionalmente gli States da differenti punti di vista (di modo da poter garantire una visuale più ampia oltre a quella della sottoscritta) grazie a delle speciali interviste fatte a persone e personaggi che, per motivi diversi, scelte di vita, lavoro, semplice passione, si trovano da tempo in costante interazione con questo sorprendente ed accattivante paese.

USA on the road

USA on the road

Oggi ho la fortuna ed il piacere di intervistare uno scrittore (e giornalista) italiano, Guido Mattioni, autore di una splendida trilogia letteraria a cui fa da sfondo (intrecciandosi perfettamente con le storie dei suoi personaggi, fin quasi ad interagire con loro) la varietà multiculturale, paesaggistica e tradizionale degli USA on the road.

Oggi Guido ci parla del suo lavoro, del suo forte legame con gli States e di “Conoscevo un angelo“, l’ultimo emozionante romanzo della trilogia cui accennavo prima.

Un pezzo d’America vera, rigorosamente USA on the road, autentica nelle espressioni, nei gesti e nelle parole dei suoi personaggi, protagonisti per caso di una storia lunga quasi quanto la “loro” Number One, meglio nota come US Route 1, la vecchia strada che univa la East Coast dal Maine alla Florida, che ha inconsapevolmente dato vita ad un’epopea storico-sociale seconda, forse, solo a quella della Route 66.

US Route 1, the Number One

US Route 1, the Number One

 

1- Guido Mattioni, scrittore e giornalista. Udinese di nascita, milanese d’adozione e cittadino onorario di Savannah, in Georgia, città nella quale hai tra l’altro ambientato il tuo primo libro “Ascoltavo le maree”. Puoi raccontarmi qualcosa di più su di te e sulle tue grandi passioni?

Potrei iniziare a “raccontarmi” dicendo che grazie a una mamma professoressa di Italiano – ma di quelle di una volta! – sono venuto su tra i libri, che sono stati i miei soldatini e palloni; senza alcun rimpianto per gli uni e ancor meno per gli altri. Potrei continuare con il fatto di aver iniziato a scrivere più di quarant’anni fa, per passione, su testate studentesche. E che dal 1976, ingaggiato dal grande Indro Montanelli che mi volle nelle sua squadra, portandomi da Udine a Milano, il giornalismo è diventato la mia attività professionale, la mia vita, una grande passione.

Scrivo ancor oggi qualche articolo per testate anche giovani e piccole, ma nelle quali credo, ma dal 2012 mi sono dedicato anima e corpo a quello che “volevo fare da grande”: la narrativa, i romanzi. A oggi sono a quota tre, e del quarto ho già messo giù le prime pagine.

Riassumendo, è da una vita che scrivo. Il fatto è che quando ho iniziato a farlo non sono più riuscito a smettere, anche perché ho una grande fortuna, quella che scrivere per me sia un atto naturale come quello di respirare. Le altre mie grandi passioni sono mia moglie Maria Rosa, bravissima oncologa, i viaggi e il lavoro ai fornelli, come chef per gli amici.

 

2- A giudicare dalla tua biografia, gli Stati Uniti devono avere un posto speciale nella tua vita e nel tuo lavoro. Da dove nasce questo amore, se di amore si tratta, e soprattutto da cosa é alimentato?

Io penso che di un luogo, o di un Paese, ci si possa innamorare proprio come accade con una persona; prendendone quindi tutto, i pregi così come i difetti.

Perché?

Non penso che ci sia una risposta, dal momento che l’amore è il solo sentimento che non ha ragioni. Possono averne la rabbia, il dolore o la gioia, ma non l’amore, la cui meraviglia sta proprio nell’assenza di razionalità. Se l’avesse, non sarebbe più amore. Ed è insomma successo che io un giorno mi sia innamorato dell’America: è una love story iniziata quando ero bambino, grazie al cinema; consolidata con la letteratura americana sulla quale mi sono formato e che continuo a preferire con qualche concessione a quella sudamericana; love story fortificata poi con i viaggi – professionali o per mio piacere personale – iniziati nel 1981 e da allora mai interrotti, che mi hanno portato finora in 38 Stati sui cinquanta dell’Unione.

Se proprio vuoi conoscere almeno una ragione che continua a nutrire questo mio amore per gli States, ti dirò la principale: lo spazio, che pur essendo vuoto è paradossalmente la materializzazione della libertà, su tutte quella di movimento.

USA on the road, spazio, libertà e movimento

USA on the road, spazio, libertà e movimento

 

3- Il tuo ultimo libro, “Conoscevo un angelo”, affronta appunto uno dei grandi temi della letteratura americana, il viaggio on the road. E con esso la conseguente serie di incontri, personaggi, storie e luoghi inaspettati che solo un’esperienza del genere può regalare. Cosa ti ha spinto a raccontarne?

In 34 anni di andirivieni, per e dagli States, e di viaggi attraverso quei territori sconfinati, dalle metropoli ai centri più piccoli, seguendo se possibile le strade minori, le famose “strade blu”, ho immagazzinato nella memoria un’infinità di luoghi, di situazioni, ma soprattutto di volti e di storie umane, dalle più bizzarre alle più dolorose. Storie di gente normale, senza lustrini, storie di quei milioni americani dei quali non parla quasi mai nessuno, quelli che vivono spostandosi in continuazione da uno Stato all’altro.

Nomadi per i motivi più diversi: per lavoro, per raggiungere un amore lontano, per coronare un sogno, o anche soltanto perché quello è il solo modo di vivere che concepiscono: per poter andare, e non importa dove, perché quello che conta per loro è appunto soltanto “andare”.

Anche io viaggio spesso così, improvvisando molto, fiutando l’aria, tirando testa o croce a un bivio per decidere dove dirigermi. Così in questo romanzo ho creato un “io narrante”, Howard Johnson, battezzandolo non a caso con il nome di una catena di motel. Lui, figlio di una coppia di piazzisti, nato e vissuto sulla strada, di storie come la sua ne conosce mille, e ama raccontarle; storie che possono far piangere, sorridere o anche soltanto pensare. Ne esce il ritratto di un’America se vuoi un po’ steinbeckiana, quella dei terzi, dei quarti, se non proprio degli ultimi.

Conoscevo un angelo, la copertina

“Conoscevo un angelo”, la copertina

 

4- In base alla tua esperienza perché questa tipologia di viaggio (negli USA, on the road) dopo tanti anni esercita ancora un tale fascino da spingere un notevole numero di viaggiatori da tutto il mondo a percorrerne una parte almeno una volta nella vita?

Penso che il virus dell’USA on the road, in quel tipo di viaggiatori nei quali rientro anch’io, sia stato instillato dalla letteratura e dal cinema, ma anche da certa musica. Poi, una volta iniziati a fare quei viaggi, non si riesce a smettere più proprio perché l’America che si incontra, e gli americani nei quali ci si imbatte nelle tavole calde o nei motel, nelle stazioni di servizio o nelle piazzole panoramiche, e’ proprio quella che abbiamo letto nei libri, che abbiamo visto al cinema o ascoltato nelle ballate di Springsteen o Dylan.

 

5- Il tuo primo libro “Ascoltavo le maree” raccontava la storia di un uomo che, lasciata l’Italia, compie un commovente viaggio, fisico ed emozionale, verso Savannah, in Georgia, nel tentativo di ritrovare se stesso. Il secondo “Soltanto il cielo non ha confini” conduceva il lettore nel mondo difficile e drammatico della vita al confine tra gli Stati Uniti ed il Messico, attraverso i sogni e le speranze dei suoi protagonisti. Oggi, con il tuo emozionante “Conoscevo un angelo”, possiamo parlare di una trilogia? Un omaggio (o un tributo) ad un paese, gli Stati Uniti, al quale magari sei legato da profondi vincoli?

Trilogia americana nella sostanza letteraria lo è per le ambientazioni che ho scelto, e c’è il progetto editoriale di darle anche una forma fisica, il prossimo anno, raccogliendo magari i tre romanzi in un cofanetto. Ma direi che trilogia lo e’ anche proprio per quel concetto di “andare”, di “moto a”, che pur passando attraverso storie e trame differentissime tra loro, accomuna i tre romanzi come un fil rouge. Vincoli profondi?

Del mio amore per gli States ti ho già detto, ma non posso negare di avere oltre Oceano legami interpersonali fortissimi, amicizie meravigliose, alcune delle quali sono state la mia ancora salvifica nel 2002, quando persi da un momento all’altro, in un attimo e in modo crudele, la mia prima moglie Paola, dopo 23 anni di vita insieme, e tutti indimenticabili.

Da quel dolore e da quelle amicizie medicamentose è nata appunto la storia del mio primo romanzo, “Ascoltavo le maree“. Non è la mia autobiografia, ma posso riconoscere che il protagonista mi assomigli molto.

Guido Mattioni

Guido Mattioni

 

6- Hai viaggiato e viaggi tanto negli Stati Uniti, per lavoro e per piacere. Ti chiedo (ormai una curiosa e piacevole consuetudine finale nelle mie interviste a personaggi legati al mondo USA) di indicarmi un pregio, un difetto ed una cosa della quale non potresti più fare a meno in un tuo soggiorno negli States.

Dell’America non accetto due cose: la malsana passione per le armi da fuoco e la pena di morte, quantomeno nei 22 Stati dove è ancora in vigore, anche se devo dire che sono ormai molti gli Stati dove i governatori stanno scegliendo almeno la soluzione di una moratoria.

Una cosa alla quale non rinuncio mai quando sono là?

Ti sembrerà sciocco, ma e’ un giro in un ipermercato Walmart, quelli a basso prezzo; non per comprare qualcosa, ma proprio per fare un’immersione nell’America che amo di più, quella vera, quella senza lustrini.

 

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