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Le disavventure dei miei viaggi, imprevisti e seccature in giro per il mondo

Difficile, davvero difficile riuscire, in un solo post (penso che accetterò l’invito a scriverne un altro), a condensare le disavventure capitatemi in tanti anni di viaggi.

A volte serie, altre tragicomiche, altre ancora buffe o imbarazzanti.

Situazioni paradossali che a raccontarle adesso, col famoso senno di poi, fanno quasi sorridere ma che vissute lì per lì mi hanno “regalato”  i miei buoni momenti di panico. Alcune credo di non averle mai raccontate, specie ai familiari sempre in ansia durante le mie scorrazzate in giro per il mondo, altre ormai sono entrate di diritto nella “top ten” delle storielle da “narrare” agli amici al ritorno, altre ancora mi hanno, come dico sempre, “fortificata” permettendomi di diventare più disinvolta ed aperta specie nell’incontro con culture molto diverse dalla mia. Insomma una bella scuola di vita.

Non posso quindi che tornare a ringraziare Monica ancora una volta (prima di buttarmi a capofitto nel racconto) per la sua iniziativa #sensoimieiviaggi che questo mese tocca un tema che e’ un pò “croce e delizia” dei viaggiatori… le disavventure dei miei viaggi!

Disavventure di cielo (o aria), di terra, di mare ( anche di fiume) e di fuoco (e chi se lo scorda il pulmino messicano che ha preso fuoco con noi dentro). Eh si non mi sono fatta mancare nulla, almeno sono a posto con i quattro elementi dell’universo, posso dire di aver ristabilito l’armonia cosmica.

Come dimenticare l’avventura vissuta in seguito all’eruzione del vulcano islandese, quello dal nome impronunciabile Eyjafjallajokull. Era aprile 2010 ed io mi trovavo a San Francisco, ovviamente il vulcano aveva iniziato ad eruttare due giorni prima della mia partenza rendendo di fatto impossibile il ritorno.

Brandina in "business class"

Trovato un hotel vicino all’areoporto, per circa tre giorni mi sono recata più volte al giorno, con una pazienza al di fuori dell’umana comprensione, al desk della mia compagnia aerea per “aggiudicarmi” il primo volo in partenza. Qualche giorno dopo con una rocambolesca selezione dei posti a sedere sul volo per Monaco degna di una “riffa” da sagra nostrana sono riuscita a partire. Purtroppo arrivata nell’areoporto tedesco nel tardo pomeriggio sono stata costretta a dormire in brandina in areoporto (devo riconoscere che erano attrezzati alla grande) causa alberghi pieni e spazio aereo sull’Italia chiuso, nel frattempo la nube malefica era arrivata anche lì.

La mattina dopo, “rinfrancata” dalla notte in brandina, sono salita sul primo volo disponibile e arrivata a Roma, in ritardo ovviamente, ho preso la navetta per stazione Termini dove l’unico treno che sono riuscita a trovare era un lentissimo interregionale per Ancona e dopo un altro per Cattolica. Ricapitolando cinque giorni di odissea ed un viaggio di rientro durato 40 ore, insomma non nego che la tentazione di baciare terra arrivata a casa ce l’ho avuta.

Così come credo che non dimenticherò mai il mio volo su Los Roques, in Venezuela.

Avete presente gli ultimi tragici eventi in cui più di uno di questi mini Jet dell’aviazione civile venezuelana si sono inabissati misteriosamente con tutto il loro carico di turisti?

Ecco, in tempi non sospetti esattamente quattro anni prima io ho preso proprio uno di quei, come definirli, trabiccoli.

Ricordo di aver notato subito lo squarcio sull’elica alla mia destra e di averlo fatto presente al pilota, assieme al fatto che il mio sportello non si chiudeva, che senza togliersi nemmeno gli occhiali da sole é sceso per venire a chiudermi il portellone con una gomitata, rassicurandomi poi con un sorriso smagliante, quasi a volermi prendere in giro, che l’aereo era davvero sicurissimo.

Una volta partiti, dopo aver raccolto due “aereostoppisti” ( giuro, due tizi con le bottiglie di rum sono arrivati non so da dove sulla pista per chiedere un passaggio, ed il bello, o brutto, é che sono saliti), ho trascorso i 45 minuti di volo verso Gran Roque, terminate le nervose risate iniziali, nel panico più totale, tra continui vuoti d’aria e strani rumori provenienti guarda caso proprio dallo squarcio alla mia destra.

Confesso che una volta arrivata a Gran Roque, l’isola principale dell’arcipelago, ho passato i giorni che avrebbero dovuto essere di relax a preoccuparmi per il volo di ritorno, se volete saperne di più il racconto dettagliato lo trovate qui.

Cosa può  essere più eloquente di una foto in questo caso… un video forse?

Torniamo sulla terra, esattamente in Centro America al confine tra Honduras e Guatemala.

Ricordo che dal Guatemala dovevo passare in Honduras per raggiungere il sito archeologico di Copan.

Al controllo passaporti, una sorta di improvvisato gabbiotto di legno in mezzo alla strada, mi é stato comunicato che io non potevo passare il confine perchè il mio documento non era valido o meglio, parole testuali, almeno questo é quello che hanno aggiunto alla frase precedente, perchè io non ero io.

Dopo alcuni concitati momenti in cui il tizio dell’immigrazione minacciava di sequestrarmi il passaporto, ho compreso il motivo.

Nella foto i miei capelli erano decisamente più chiari mentre durante quel viaggio avevo i capelli castano scuri, mannaggia alle meches.

Morale della favola loro pretendevano che io schiarissi i capelli proprio lì, come non so… una lunga, lunghissima “discussione” tra un inglese stentato, il loro ed un precario spagnolo, il nostro che si é conclusa alcune ore dopo grazie all’abilità dialettica e di “contattazione” di mio marito e ad una sostanziosa multa, elargizione o donazione, chiamatela come volete in seguito alla quale é stato stabilito che quella nella foto sul passaporto ero io.

Sul confine tra Guatemala ed Honduras...

E non finisce qui.

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